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Zlatan Ibrahimovic: il “vero” caso di Benjamin Button
Zlatan Ibrahimovic: il “vero” caso di Benjamin Button

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Zlatan Ibrahimovic: il “vero” caso di Benjamin Button

Sono le 14:10 di una Domenica di Novembre. Del primo Novembre 2020. In quel di Udine, va in scena Udinese – Milan, valevole come sesto turno di Campionato. Il risultato è fermo sull’1-1 e a dieci minuti dal termine sembra la fine quanto più probabile del match data l’impasse del gioco.

Tutto questo fino all’attimo in cui un colpo di genio stravolge i giochi: Zlatan Ibrahimovic sale in cattedra e con una superba rovesciata, sigla il gol del definitivo 1-2 che vale tre punti e la vetta della classifica. Il settimo gol in appena quattro partite.

In quel momento, vedendo quel gesto tecnico di assoluta bellezza e difficoltà ad opera di uno straordinario atleta che ha da poco compiuto 39 anni, rimango come folgorato da un paragone quanto mai azzeccato: Zlatan e Benjamin Button, protagonista del racconto breve di Francis Scott Fitzgerald che ha ispirato il celebre film del 2008 (candidato a 13 premi Oscar), sembrano essere quasi la stessa persona.

La storia di colui che col passare degli anni acquistava consapevolezza mista a una freschezza tipica dei giovani, andando contro la normale natura dell’uomo. Zlatan è esattamente questo. Col passare degli anni acquista una sempre più convinta consapevolezza del suo corpo e delle sue gesta, affrontando e superando ogni sfida con la voglia di un ragazzo.

È stato proprio lui a definirsi così, al termine della sfida contro il Bologna di un mese fa:

Sono proprio come Benjamin Button, nato vecchio e morirò giovane.”

Ibrahimovic a gianlucadimarzio.com

Da questo pensiero, nasce la voglia di rivivere la sua carriera e ancor di più la sua storia.

L’infanzia di Zlatan Ibrahimovic

Zlatan Ibrahimovic nasce a Malmö in Svezia, crescendo nel terribile ghetto di Rosegarden. La sua è un’infanzia difficile, come da lui stesso raccontato nell’autobiografia e nelle tante interviste rilasciate. Vive, infatti, tra povertà e problemi familiari, dovuti principalmente a droga ed alcol. I suoi genitori, immigrati in Svezia, sono di origine jugoslava. 

Il padre, Sefik Ibrahimovic, è un muratore di origine bosniaca, che beve un po’ troppo, ma che cerca di fare quel che può per dare il suo contributo. Ibra tutt’oggi ricorda della volta in cui il padre gli comprò il letto all’Ikea: non potevano permettersi il trasporto, cosi il padre si caricò il letto sulle spalle e lo portò cosi fino ad arrivare a casa. La madre, Jurka Gravic, è invece croata, donna delle pulizie, ed è spesso assente.

Ogni tanto mia madre perdeva il lume degli occhi e ci picchiava con il mestolo di legno. A volte accadeva che il mestolo si rompesse. Allora dovevo andare a comprarne uno nuovo, come se fosse stata colpa mia a farla picchiare così forte”. 

dalla Autobiografia “Io, Ibra”

Ma è la fame a farla da padrona:

Spesso tornavo a casa con una fame da lupo e, mentre aprivo il frigorifero, pregavo Dio che ci fosse qualcosa da mangiare. Non sempre le preghiere venivano ascoltate e così dovevo rimediare da me, in un modo o in un altro”

dalla Autobiografia “Io, Ibra”

Dopo il divorzio dei suoi, la situazione peggiora ulteriormente. Il giovane svedese comincia a frequentare ambienti e compagnie pericolose, tra furti di biciclette e dolci, forgiando quel tipico ego così aspro e sfacciato che lo contraddistingueranno anche in futuro. 

Soltanto il calcio riuscirà a salvarlo da quella che sarebbe stata sicuramente una vita segnata.

Le prime squadre di Zlatan Ibrahimovic

Zlatan mostra sin da subito un talento per il calcio, ma ciò che lo affascina quasi maniacalmente non sono gli idoli della Svezia, per i quali non prova alcuna reverenza. Il suo idolo è Ronaldo, il brasiliano: ammira le sue gesta in tv e guarda attentamente i suoi dribbling per cercare di emularli alla perfezione. 

Nelle prime squadre in cui milita viene spesso bistrattato, soprattutto dai genitori dei ragazzi, proprio per il suo carattere così duro e per la sua spacconaggine nel dribblare tutti, giocando praticamente da solo. 

Dopo aver militato in squadre minori, tra cui i Balkan, a 13 anni viene acquistato dalla squadra della sua città, il Malmö. Anche qui viene considerato quasi alla stregua di uno straniero dai suoi compagni di squadra. A differenza sua, sono tutti cosi ligi a seguire le indicazioni degli allenatori.

Lo spazio purtroppo per lui non è però tanto. Gli allenatori che si succedono nelle varie compagini giovanili, sembrano sempre preferirgli il gruppo, evitando di perdere tempo con lui, per smussare gli angoli del suo carattere che contrastano con la sua crescita.

L’occasione però si presenta a soli 19 anni. La sua squadra, tra le più importanti squadre svedesi, viene retrocessa. Tanti giocatori vanno via così viene dato spazio ai giovani: tra questi, Zlatan Ibrahimovic. Si caricherà la squadra sulle spalle e li trascinerà alla promozione, col suo titolo di capocannoniere (12 reti).

La stagione successiva ha ancora l’occasione di mettersi in mostra. Il tutto scandito sempre da alti e bassi di gestione. Come definito dal suo stesso allenatore, Ibra è un diamante si, ma ancora grezzo. 

Ad ogni modo, il suo tempo in Svezia è scaduto, perché si aprono le porte di una delle più importanti e storiche società europee: l’Ajax si fionda su di lui, rendendolo il calciatore svedese più pagato della storia.

L’agente che gli cambia la carriera

Sino ad allora Ibrahimovic aveva avuto non pochi problemi per quanto riguarda la gestione dei suoi interessi finanziari. Al Malmö non aveva un agente e il direttore aveva curato gli interessi del club, a discapito proprio del giovane svedese. 

Nella sua cessione record all’Ajax, era rimasto elettrizzato dal contratto firmato che per lui significava dire addio alla povertà. Solo dopo, in Olanda, si era reso conto di esser il meno pagato della rosa, pur indossando la storica maglia numero 9, che era stato di leggende, su tutti Marco Van Basten.

Li Ibra capisce che deve affidarsi a qualcuno. Uno che abbia il suo stesso carattere. È qui che fa la conoscenza di Mino Raiola, un personaggio dal metodo schietto e duro, che andava a nozze con Zlatan. Di certo, lo stesso, non dimenticherà facilmente il loro primo incontro: 

Misi la mia bella giacca di pelle Gucci, il mio orologio d’oro e parcheggiai la Porsche proprio davanti all’albergo. Entrai e cercai di individuare questo agente di cui mi avevano parlato. Nessuno corrispondeva alle mie aspettative.

D’un tratto vedo entrare un individuo tanto assurdo quanto fuori luogo in quel hotel di lusso di Amsterdam: in jeans e T-shirt Nike e con quella pancia enorme, sembrava uno dei Soprano. Chi diavolo è questo qui? Dovrebbe essere un agente quella specie di gnomo cicci**e? Eppure, sapete cosa fece quel bast**do sfacciato? 

Tirò fuori quattro fogli A4 su cui c’erano nomi e cifre, tipo Christian Vieri 24 gol in 27 partite, Filippo Inzaghi 20 gol in 25 partite, David Trezeguet 20 gol in 24 partite, Zlatan Ibrahimovic 5 gol in 25 partite. Come pensi che dovrei Venderti? Se vuoi lavorare con me dovrai vendere tutto e cominciare ad allenarti duramente, perché adesso la tua statistica fa schifo“. 

Ibrahimovic su Mino Raiola

Da li la carriera di Ibra, cambia radicalmente.

Gli anni in Italia di Ibrahimovic: la Juventus.

Dopo essersi messo in mostra con l’Ajax, attirando le attenzioni dei più importanti osservatori d’Europa, la vetrina più importante arriva nel 2004 in Portogallo, con la maglia della Svezia agli europei di calcio.

Zlatan è il rappresentante massimo della sua Nazionale e proprio nella sfida contro gli azzurri, deciderà con un gol quello che segnerà la fine della competizione per l’Italia e l’inizio del suo percorso proprio nel belpaese, che gli metterà gli occhi addosso, segnando gran parte della sua carriera.

Zlatan viene infatti acquistato nell’estate del 2004 dalla Juventus per 16 milioni di euro. Il primo anno in bianconero Ibrahimovic si dimostra decisivo per la conquista del 28° scudetto bianconero, siglando 16 reti in campionato

Fondamentale, nel suo percorso di crescita, l’apporto di Fabio Capello:

“Mi urlava continuamente “Ibraaaaa!!!” Non era mai soddisfatto. Un giorno mi venne incontro dicendomi che se avessi continuato così, non sarei mai diventato un campione. Credevo esagerasse un po’ con questa storia, ma a differenza dei suoi predecessori mi spiegò il motivo. Era il mio modo di calciare e di cercare la porta che era sbagliato. 

Trezeguet, in questo senso era un animale d’area. Così prendeva i ragazzi delle giovanili e li faceva allenare con me: loro crossavano, io dovevo fare gol. Ogni giorno, 30 minuti oltre l’allenamento normale. Non ne potevo più, ma a forza di tirare, giorno dopo giorno, cominciai a inquadrare la porta. Avere anche quei grandissimi campioni in squadra, mi stimolava giorno dopo giorno a migliorarmi.”

Ibrahimovic su Fabio Capello

Ibrahimovic e gli anni a Milano

Dopo due scudetti vinti sul campo, però la Juventus e il calcio italiano furono travolti dallo scandalo Calciopoli: scudetti revocati e retrocessione d’ufficio in Serie B.

Pian piano cominciano ad abbandonare tutti la squadra: Cannavaro al Real Madrid insieme a Emerson, Zambrotta e Thuram al Barcellona, Vieira all’Inter. Pochi campioni, i più importanti, rimarranno a fine estate alla Juve. Ibra dal canto suo è nel pieno della sua carriera. 

Non è disposto a rischiare e bruciare anni fondamentali. Sceglie anche lui di andare via. Così, ad un prezzo chiaramente ribassato, viene acquistato dall’Inter, dopo un tira e molla con i cugini del Milan. 

Milano sarà una tappa fondamentale nella sua carriera, sia con la maglia dei nerazzurri, con i quali inizierà a fare incetta di trofei nazionali (3 Scudetti e 2 Supercoppe italiane), sia con la maglia rossonera, con la quale vincerà lo scudetto 2010-2011.

Più che per i trofei vinti, però, Milano diventerà fondamentale nel percorso di Ibra, perché qui raggiungerà la definitiva consacrazione. Seppur non riuscirà mai a imporsi a livello internazionale, cosa che diventerà una sorta di ossessione nella sua carriera, Ibrahimovic diventerà il fulcro di ogni squadra in cui milita, divenendo uno dei calciatori più pagati e più ricercati a livello planetario.

Dell’Inter gli rimarranno il rapporto con Mourinho, i trofei conquistati e il rammarico di non aver fatto parte dell’annata 2010, quella del Triplete. L’estate prima, infatti, aveva scelto di provare a conquistarla con la maglia del Barcellona, ma quella coppa non la alzerà mai. 

Al Milan lascerà invece il cuore, unica volta, e per questioni di cuore ci ritornerà dopo dieci anni.

Barcellona, ancora Milano e quindi Parigi

Per raccontare tutta la storia di Ibrahimovic non basterebbero dieci articoli. Questo perché ha girato quasi tutti i paesi d’Europa, giocando nei migliori campionati europei, e persino dall’altra parte del mondo. Lasciando ogni volta un segno indelebile; una traccia di sé. 

Tranne a Barcellona dove, pur avendo vinto trofei nazionali e segnato un giusto numero di gol, non è riuscito ad ambientarsi bene a causa dei conflitti con Guardiola e di uno schema di gioco che ruotava tutto intorno a Messi.

Proprio a questo si deve il suo ritorno in Italia, tra le file del Milan, dove risulterà sin da subito decisivo. Saranno 42 gol in 61 partite e soprattutto Scudetto con i rossoneri, prima del ritorno dell’egemonia juventina. 

Proprio al Milan, dove Ibra sembra mettere il cuore oltre che la solita professionalità, è costretto ad andar via a causa di scelte economiche del club. Per la prima volta deve accettare una destinazione quasi controvoglia. 

Per l’occasione fa richieste spropositate pur di far saltare l’accordo, ma da Parigi acconsentono ad ogni richiesta: il Paris Saint German diventerà casa sua per i prossimi quattro anni.

A Parigi diventerà un Re. Segnerà 113 reti entrando di diritto nella storia del Club, conquistando 4 campionati e 8 coppe nazionali, macinando record su record. 

Ibrahimovic a 34 anni ha trionfato in Olanda, Italia, Spagna e Francia. Il suo senso di fame e di vittoria mai domo lo spinge a provare una nuova sfida, all’età in cui tanti pensano al ritiro.

Le tappe di Manchester e Los Angeles

A Manchester, sponda United siede in panchina Josè Mourinho, suo estimatore sin dai tempi in cui entrambi militavano all’Inter. Il portoghese, capito l’apertura di Zlatan, fa di tutto per portarlo in Inghilterra.

Ibra è affascinato dalla possibilità di confrontarsi col campionato più affascinante ed importante al mondo, la Premier League. Così, nonostante i suoi amici più stretti provino a dissuaderlo dal tentare questa sfida così difficile alla sua età, egli accetta e si getta a capofitto in questa nuova avventura.

Gli esperti sembrano essere scettici sull’effettiva utilità dello svedese, considerato più a fine carriera che altro. Ibra farà ricredere nuovamente tutti, siglando 16 reti nella sua prima stagione, contribuendo alla vittoria della Community Shield e Coppa di Lega, segnando in entrambe le finali.

Nella stessa stagione vincerà l’Europa League con i Red Devils, ma senza poter contribuire nelle partite conclusive della manifestazione a causa di un bruttissimo infortunio che lo costringe ad una chiusura anticipata di stagione. Riporta infatti la rottura del legamento crociato.

Ibra sa che tale infortunio, alla sua età, può voler dire addio al calcio giocato, ma non si da per vinto. Rescinde il contratto, la stagione successiva, con il Manchester United, per un sentimento di rispetto nei loro confronti e prova l’avventura oltreoceano con la maglia dei Los Angeles Galaxy.

Tutti pensano al sipario che si cala, cosi come per grandi calciatori nel finale di carriera. Vengono in mente gli esempi di Pirlo, Gerrard, Henry, Beckham e tanti altri. 

Ibra si mostra sin dall’inizio diverso dagli altri campioni che lo hanno preceduto negli Stati Uniti: oltre ad apportare un contributo significativo di gol (52 in 56 partite), non accetta cali di tensione da parte dei suoi compagni. Due cose capisce col passare dei mesi: l’infortunio è un brutto ricordo e lui è ancora troppo decisivo per continuare in America.

Il ritorno al Milan di Ibrahimovic

Appurata la voglia di tornare in Europa, nel calcio che conta, mette subito al lavoro Mino Raiola. Le offerte non mancano. Tutti vogliono Zlatan per la levatura del calciatore. Sembra esser forse solo per questo che per il suo reale contributo. A 38 anni i dubbi diventano sempre più insistenti sulle sue reali capacità in campionati più impegnativi.

Esattamente le motivazioni che cercava Ibra: dimostrare, ancora una volta a tutti, il suo reale e immenso valore. Viene contattato da Maldini, nelle vesti di direttore tecnico del Milan, che gli chiede un’eventuale disponibilità a rivestire i colori rossoneri. Per Ibra la scelta è già fatta. Incarica il fidato Mino a non ascoltare altre offerte. Per lui c’è solo il Milan e Milano. 

La squadra non ha più lo stesso appeal di dieci anni fa, quando insieme a lui militavano decine e decine di campioni. Ha passato diversi cambi di proprietà e rifondazioni continue. Ibra però è consapevole di quello che può essere il suo ruolo: trascinatore e leader di una squadra giovane.

Riportare il Milan in alto e far ricredere tutti, sul Milan e su sé stesso: è questa la sfida che cercava. Il rientro è così pronto. Dopo lo stop dovuto alla pandemia da Covid-19, il Milan, con Ibra in squadra, sembra proprio risorgere. Arriveranno solo vittorie che faranno della squadra rossonera la prima per punti nell’anno solare 2020. Gol e assist a raffica che cambieranno strategia e volto ad una squadra.

In ultimo, proprio il gol in rovesciata di settimana scorsa, a sugellare ancora una volta la potenza e la forza di un leader che sembra non invecchiare mai. 

Benjamin “Ibra” Button

Nel corso della sua lunga carriera, Ibrahimovic ha fatto innamorare i tifosi per il suo calcio fatto di classe, imprevedibilità e potenza. Oggi sembra acquistare anche una leadership maggiore. In una squadra composta da giovanissimi, molti dei quali nati dopo il 2000, Ibra si è calato perfettamente nel suo ruolo di guida.

Ha innalzato i livelli di competitività sin dagli allenamenti. Stimola i compagni a fare sempre meglio e gestisce al massimo il suo fisico.

Consapevole di un’età che avanza, ma anche della voglia di giocare e vincere che non invecchiano mai.


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