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Messi alle strette: Le vere bandiere non si ammainano mai
Messi alle strette: Le vere bandiere non si ammainano mai

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Messi alle strette: Le vere bandiere non si ammainano mai

La storia blaugrana di Lionel Messi, tra i migliori interpreti di tutti i tempi, sta vivendo un momento delicato. 

Lionel Messi, la rottura col Barcellona

Una situazione che nessun tifoso avrebbe potuto prevedere fino a qualche settimana fa. Si è arrivati alla rottura netta con il suo Club, il Barcellona, per il quale difende i colori dall’inizio della sua carriera. A detta dell’argentino, una scelta sportiva, che nasce dai dissapori con la società e che mira a cercare nuove sfide.

Dapprima il famoso “burofax”, con il quale comunicava l’utilizzo della clausola per la rescissione unilaterale del contratto. Quindi la risposta del Barcellona e della Liga spagnola che considerava illegittima tale richiesta poiché arrivata oltre la scadenza prevista. Infine, la scelta di fare dietrofront e rispettare il contratto, per poi liberarsi fra nove mesi a parametro zero, dunque gratis.

Chi lo ha sempre considerato un simbolo del club spagnolo non riesce però a cogliere a pieno i significati e si interroga sulla sua stessa figura di bandiera.

Da qui l’idea di analizzare cosa rappresenta Messi per il Barcellona e viceversa. Inoltre vedremo come hanno vissuto altre leggende del calcio, vere e proprie bandiere, le loro lunghe storie, soprattutto nei momenti più duri.

La prima persona a credere in Messi

Lionel Messi nasce in Argentina il 24 giugno 1987 nella città più grande e popolosa della provincia di Santa Fe, Rosario. La sua famiglia di origine italiana è formata dal padre operaio in acciaieria, la madre casalinga, due fratelli maggiori e una sorella.

A credere fortemente su di lui e sulle sue doti vi è la nonna Celia, incantata dal modo in cui Leo tiene la palla. Inviterà l’allenatore del Grandoli a prendere suo nipote in squadra. All’età di quattro anni, Leo gioca già con i bimbi più grandi. Sarà ancora lei ad insistere con i genitori affinché questi gli comprino le prime scarpe da calcio.

Lei ad accompagnarlo tre volte a settimana agli allenamenti. È cosi che ha inizio la storia di uno dei più grandi calciatori mai esistiti.

Lionel Messi, la rottura col Barcellona

Nonna Celia salirà in cielo sei anni dopo, quando Lionel Messi ha da poco compiuto dieci anni. L’impronta della nonna rimarrà però impressa nel cuore e nella memoria di quel bambino. Proprio a lei dedicherà infatti la sua famosa esultanza a dita alzate in cielo negli oltre 700 gol segnati in carriera.

Il primo contratto di Lionel firmato… su un tovagliolo

A 12 anni, viene diagnosticato il Deficit dell’Ormone della Crescita, vale a dire nanismo.

Le cure ormonali sono molte costose per la famiglia, ma è proprio li che la vita di Messi e del calcio cambia: i dirigenti del Barcellona, impressionati dalle relazioni degli scout, decidono di puntare fortemente su Leo

Gli offrono: le cure necessarie, un posto alla Masia catalana, la scuola calcio del Barcellona, un lavoro per il padre e una casa per la famiglia.

Al ristorante dove avviene l’incontro sono presenti Messi, il padre, i due agenti dell’argentino e Carles Rexach, direttore tecnico del Barcellona.

Per non perdere tempo e accaparrarsi le prestazioni del giovane campione verrà firmato un precontratto direttamente su un tovagliolo del locale:  

“Io, Charly Rexach, in presenza di Horacio Gaggioli e Josep Maria Minguella, sono d’accordo all’assunzione di Lionel Messi alle condizioni concordate nonostante il disaccordo interno del club”

Precontratto Messi-Barcellona

Messi e il Barcellona

Dal debutto in Liga con la maglia del Barcellona, il 16 ottobre 2004 contro l’Espanyol all’età di 17 anni 3 mesi e 22 giorni, sono passati sedici anni. In questo periodo Lionel Messi ha riscritto la storia del calcio, infrangendo e stabilendo record su record. 

Oltre 700 gol segnati con i quali ha conquistato: 6 Palloni d’Oro, 4 Champions League, 10 Liga Spagnola, 6 Coppe di Spagna, 8 Supercoppa di Spagna, 3 Supercoppe Europee, 3 Mondiali per Club. 

Al di là dell’eterna rivalità sportiva con l’altro fuoriclasse del suo tempo, Cristiano Ronaldo, questi numeri, ma soprattutto la sua classe e le sue giocate, lo eleggono come uno dei più forti e vincenti calciatori di tutti i tempi.

Proprio per questo, la rottura col club di questa estate, dopo la debacle contro il Bayern Monaco (8-2) spiazza e divide i tifosi e gli sportivi di tutto il mondo. 

Le bandiere nel cuore dei tifosi

Il calcio è senza ombra di dubbio lo sport più seguito al mondo. Ciò che coinvolge e appassiona tifosi è la passione e le storie che si porta con sé. I suoi beniamini vengono inglobati in questo amore viscerale fino, divenendo idoli di intere generazioni.

Su tutti, coloro che entrano nel cuore dei tifosi sono le bandiere, tipologia di calciatore ormai in via d’estinzione. Parliamo di quei calciatori che legano indissolubilmente la loro carriera e vita calcistica e un solo club. Sudando per la maglia nella buona e nella cattiva sorte.

In un arco temporale cosi lungo chiaramente ci sono momenti difficili. È proprio qui, tuttavia, che si vede la differenza fra un giocatore e una bandiera. Saper superare tali situazioni e andare avanti per la causa sposata. Vediamo insieme i casi più celebri.

Alessandro Del Piero: la discesa in Serie B del Campione del Mondo

Alessandro Del Piero lega il suo nome e la sua storia con quella della Juve. Prelevato ancora giovanissimo dal Padova, diventa sin da subito punto fermo della squadra bianconera, con la quale vincerà tutti i trofei possibili. 

Trascorrerà 19 anni nel suo club, stabilendo record di marcature e presenze (superato poi da Buffon). Ma è il 2006 l’anno cruciale per Del Piero. Si ritrova a fare sbalzi estremi che lo portano in paradiso e agli inferi, sportivamente parlando, nel giro di pochi mesi. 

Prima lo scudetto vinto sul campo con la Juventus; successivamente lo scandalo Calciopoli, con l’annullamento del titolo e la retrocessione d’ufficio, quindi il Mondiale vinto con la Nazionale Italiana a luglio.

Nell’estate del 2006, col titolo di Campione del Mondo cucito addosso, vede smobilitare la sua squadra. La discesa in B causa l’abbandono di quasi tutte le stelle. Rimarranno solo Buffon, Camoranesi, Nedved e Treseguet.

Emblematico a tal proposito il racconto di Fabio Cannavaro:

“Quando la Juventus è retrocessa in Serie B ho chiamato Del Piero al Real Madrid. Mi ha subito detto di no. Gli ho detto che si trovava su una nave che stava affondando. Lui mi ha risposto che un Capitano è l’ultimo ad abbandonare la nave e preferisce affondare insieme alla nave e morire piuttosto che abbandonarla.                     


Al mondiale gli proposi di portare la fascia di capitano
. Rifiutò e mi disse che dovevo imparare cosa significasse essere un buon capitano che è pronto a dare la vita per la propria squadra. Mi sono vergognato, ma ho imparato una lezione di vita”

Fabio Cannavaro su Del Piero

Riporterà la squadra in serie A e concluderà la sua carriera in bianconero, tra l’ovazione dei tifosi in lacrime, nuovamente campione d’Italia. 

Francesco Totti, l’ultimo Re di Roma

Francesco Totti rappresenta per i romani una sorta di divinità. Ne è il simbolo. Lui che da romano ha trascorso trent’anni tra le file dei giallorossi: rispettivamente cinque nelle giovanili e 25 in prima squadra. Per lui è sempre stato più importante difendere i colori della sua città:

“Vincere lo scudetto a Roma è come vincerne 10 da altre parti. Mi avrebbe fatto piacere vincerne di più, ma il rispetto e la fiducia sono la cosa più importante che possa aver dato a questa gente.

“Il trofeo più grande che ho è quello di aver indossato un’unica maglia. Ho vinto quello che c’era da vincere qui, ho coronato il mio sogno.”

Francesco Totti

L’ultima annata, in particolare, è stata la più difficile. Il difficile rapporto con il tecnico Luciano Spalletti e la scelta di quest’ultimo di metterlo da parte per motivi tecnici hanno condizionato quasi interamente l’ultimo anno.

Fra mancanze di rispetto e frecciate non poco velate in conferenza stampa, si è arrivati ad un ritiro quasi forzato. Il capitano, anche se a malincuore, ha dovuto accettare tale decisione. Nulla poteva scalfire un amore cosi grande. Nulla poteva convincerlo a continuare altrove.

Nel suo giorno d’addio allo stadio Olimpico di Roma si è celebrato il saluto più caloroso ed affettuoso a cui nessuno aveva mai partecipato su un campo di calcio. Un tributo dovuto ad una leggenda di Roma e del calcio, tra gli applausi e le lacrime di 70.000 spettatori.

Paolo Maldini e Javier Zanetti: i due simboli di Milano

Se ci si guarda indietro e si torna col pensiero a quelli che sono stati gli ultimi trent’anni di storia delle due squadre milanesi, il Milan e l’Inter, alla domanda “Chi meglio di chiunque altro può rappresentarne le maglie?”

La risposta ricadrebbe sulle due bandiere, rispettivamente Paolo Maldini e Javier Zanetti

Il primo milanista per discendenza, il secondo milanese per adozione. Entrambi hanno rappresentato per oltre un ventennio i colori dei loro Club.

Ciò che li ha resi unici nel panorama calcistico è sempre stata la loro leadership, la lealtà sportiva, la correttezza e l’attaccamento alla maglia. Mai una parola fuori posto, mai una polemica nei confronti della società o dei compagni.

Leader in campo e nello spogliatoio.

Di Maldini, Ancelotti racconta:

“Ogni volta che c’era una vittoria ci abbracciavamo. La cosa bella di Paolo era che ti diceva sempre grazie. Dopo ogni successo da vero leader al rientro negli spogliatoi, aveva due riti. Il primo era quello di togliersi la fascia e metterla sopra il suo armadietto. Il secondo era quello di ringraziare tutti, stringendogli la mano. mai visto uno così, con il suo carisma. 

C’erano giovani che mollavano subito la presa, mentre lui si allenava più di tutti anche a 39 anni. Ricordo che un giorno gli chiesi: “Paolo ma come fai?” Lui mi rispose: “lo faccio per mostrare a tutti quelli che arrivano dopo, che non bisogna mai abbassare la guardia, anche a 40 anni. Mi trascino sempre il gruppo perché io sono il capitano e devo essere il primo a dare l’esempio”. 

Carlo Ancelotti su Paolo Maldini

Per Zanetti parole al miele da parte di Diego Milito:

“Zanetti? È difficile trovare una parola per lui, perché è un grande esempio in campo e fuori e noi argentini dobbiamo essere orgogliosi di lui. Ha fatto la storia di questo club. È sempre il primo ad arrivare in campo. Infonde allegria e fiducia nel gruppo, soprattutto nei momenti più delicati di una partita. Basta cercarlo in campo anche solo con uno sguardo, per capire che non dobbiamo mollare e che possiamo farcela. 

Non ho mai visto un giocatore con una tale lealtà, determinazione, senso del dovere nei confronti di compagni e club.”

Diego Milito su Javier Zanetti

Gli addii di Maldini e Zanetti

Eppure, entrambi hanno vissuto un momento di amarezza alla fine della loro storia calcistica.

Maldini nel giorno del suo addio, con quasi 75.000 tifosi sugli spalti ad applaudirlo, è stato fischiato da una parte dello stadio, la Curva Sud rossonera. Lui, il capitano, reo di non aver mai avuto un dialogo e un rapporto con la parte più accesa del tifo rossonero. Dal canto suo, un breve applauso quasi polemico, ma la ferma volontà di andare avanti per la sua strada.

Fra gli applausi della maggior parte dello stadio. Nessuna reazione scomposta, per colui che viene riconosciuto ancora oggi come uno dei migliori difensori della storia del Calcio.

Anche Zanetti, dopo diciannove anni in nerazzurro, ha vissuto il suo ultimo derby milanese, per la prima volta, interamente dalla panchina per tutti i 90’. Nemmeno uno spezzone per un degno saluto, in quella che rappresentava la fine di una splendida storia. Anche qui, nessuna polemica nei confronti dell’allenatore:

“Non mi ha fatto giocare il derby in quella che era la mia ultima occasione, ma non ho mai detto nulla. Ci può stare di non essere d’accordo, ma il rispetto non è mai mancato. E alla fine l’ho anche ringraziato perché per me dopo l’infortunio tutto quello che è venuto è sempre stato un di più. C’erano giovani più freschi, ma mi ha dato comunque spazio premiando il mio impegno.

Javier Zanetti su Mazzarri

La bandiera di Messi 

Lionel Messi, la rottura col Barcellona

Dopo aver considerato tali campioni, viene da concludere con un pensiero e una speranza sulla telenovela dell’estate.

I momenti bui, le difficoltà e anche le incomprensioni ci sono anche nelle migliori storie d’amore, ma quello che fa di un giocatore una vera bandiera e simbolo di una squadra non sono tanto i trofei vinti, ma l’amore e il rispetto per la maglia.

Le vere bandiere mettono da parte le ambizioni sportive personali per la difesa di un colore di appartenenza. Lo stesso che ti consegna alla storia come simbolo.

Con l’augurio che le strade di Lionel Messi e del Barcellona non si separino al termine della nuova stagione. Perché vincere altrove non avrebbe lo stesso sapore che risorgere con la propria maglia, che per vent’anni è stata la sua seconda pelle.


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